Precarietà e flessibilità nel settore dei servizi

Regolamentazione e una limitazione del lavoro domenicale

Il problema della condizione lavorativa dei dipendenti del settore del commercio e in genere dei servizi privati, venuta alla ribalta negli ultimi anni, è stata riproposta con forza dai giornali locali nelle ultime settimane.

Non si tratta di argomenti nuovi, ma di remake periodicamente portati alla ribalta per qualche settimana, specie nel periodo estivo ma mi sembra utile ragionare sulle motivazioni e sulle cause più profonde del disagio vissuto dai lavoratori di questi settori e sulla eccessiva flessibilità delle prestazioni che spesso sfocia nella precarietà e nello sfruttamento, se non peggio nel lavoro nero.

Per affrontare e rimuovere le cause e non agire solo sugli effetti, bisogna ampliare il discorso su quale tipo di società stiamo costruendo per noi e per i nostri figli e sulla qualità e tipologia di lavoro che viene, sempre più spesso, offerto ai nostri giovani e che, molte volte, non corrisponde alla formazione scolastica acquisita.

Il professor Ilvo Diamanti, tre giorni fa su Repubblica, parlava in modo critico del fenomeno delle notti bianche, sempre più diffuse, mentre il capo della protezione civile, Bertolaso, rifletteva sul fatto che forse i sindaci sardi dovrebbero organizzare meno sagre (alias feste) e investire di più sull’ambiente.

Mi pare che questi due richiami autorevoli siano in linea con quanto la Cisl e la Fisascat (che rappresenta una buona fetta di lavoratori del settore turismo, commercio, servizi) hanno affermato, inascoltati, in tutte le istanze possibili (stampa, televisioni, conferenze di sindaci), durante la scorsa estate: abbiamo sostenuto che l’apertura generalizzata nella domenica degli esercizi commerciali, senza regole, fosse una cosa sbagliata, che non avrebbe portato grandi benefici economici, che avrebbe creato, se non governata adeguatamente, ulteriore precarietà e che non avrebbe dato neanche risultati eclatanti sull’occupazione.

Se si chiude la domenica, protestano i rappresentanti dei supermercati, le associazioni dei consumatori ed anche molti sindaci e amministratori comunali; se i negozi sono chiusi quando arrivano le navi da crociera, si aprono grandi inchieste giornalistiche sulla neghittosità dei sardi; se il sindacato chiede una regolamentazione del lavoro domenicale e una sua limitazione, almeno nei servizi non essenziali, viene accusato di conservatorismo.

Insomma, siamo di fronte ad una società che, apparentemente o almeno così ci vogliono far credere i mezzi di comunicazione di massa, vuole essere sempre aperta, notte e giorno, sempre allegra e in movimento, senza soluzione di continuità.

Ma come si fa a pensare che questa organizzazione della vita, imposta dal modello consumistico non influisca sull’organizzazione del lavoro? C’è una sorta di incongruenza nell’azione di tanti politici e sindaci che, a parole, sono contro la precarietà, salvo poi favorire di fatto domeniche e notti lavorative, con notti bianche o aperture indiscriminate domenicali.

Il fenomeno della precarietà, dell’eccessiva flessibilità, del lavoro domenicale, è dunque il frutto, non solo di padroni beceri (che pur esistono) ma di un modello di società imperante che noi stessi, con i nostri comportamenti, contribuiamo ad alimentare.

Ma allora, una volta stigmatizzate le parole di quei dirigenti che attribuiscono tutti i mali delle aziende alla cattiva volontà dei lavoratori che, in realtà, nella massima parte dei casi, fanno il loro dovere, è necessaria una battaglia per evitare soprusi, sfruttamento, lavoro nero, per migliorare le condizioni lavorative e garantire la sicurezza, della quale ci si ricorda solo quando muore qualcuno.

Il sindacato confederale non ha blasoni nobiliari (come detto da qualche cronista) ma combatte da anni, talvolta con risultati anche buoni, per tutelare gli interessi dei lavoratori. Va solo rafforzata l’area della rappresentanza e l’impegno in direzione delle nuove forme di lavoro e del lavoro atipico, che va ricondotto a dimensioni fisiologiche.

Ma tutto ciò non basta: se non si attiva un processo culturale che rivaluti alcuni valori quali la solidarietà, la famiglia, la vera uguaglianza, il rispetto della dignità delle persone, l’applicazione delle leggi, a poco varrà questo impegno, perché ci si limiterà a combattere gli effetti, anziché a rimuoverne le cause vere e profonde.

Ecco perché non si deve accettare passivamente un modello di vita che spinge solo sui consumi e che, in realtà, peggiorando le condizioni di vita dei cittadini, dei lavoratori e dei pensionati, produce utili solo per le società finanziarie.

Su questo, il sindacato, le istituzioni, la stampa, le stesse aziende, ma anche tutti i cittadini devono sentirsi impegnati.

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